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Economia e attività quotidiane

Nel Neolitico vennero introdotte importanti innovazioni tecnologiche: la fabbricazione di strumenti in pietra levigata, l'uso del telaio e soprattutto la produzione di vasi in ceramica.
Si continuò a scheggiare la selce, ma si cominciò a utilizzare una nuova tecnica che prevedeva la levigatura, tramite sabbia e acqua, delle superfici di particolari tipi di pietre, dette "pietre verdi"; si ottenevano così strumenti che, inseriti in manici di legno e osso, costituivano asce e accette usate per il disboscamento. Inoltre in questo periodo iniziò lo sfruttamento dell'ossidiana, per ottenere strumenti particolarmente taglienti e resistenti. Strumenti lavorati in ossidiana sono stati ritrovati lungo tutta la penisola italiana, anche nelle zone più interne, segno di un intenso commercio di questo prezioso materiale tra le isole e la terraferma. Un altro materiale molto ricercato nel Neolitico fu la steatite, un tipo di pietra ben lavorabile, con la quale venivano realizzati soprattutto elementi di collana.
L'introduzione del fuso e del telaio per la filatura e la tessitura delle fibre vegetali e animali è testimoniata soprattutto dai ritrovamenti di utensili legati alle varie fasi di lavorazione, come fusaiole e pesi da telaio in terracotta, pettini da telaio, mentre le parti in legno di questi attrezzi non si sono conservate. Furono prodotti tessuti in lino, canapa e lana, che però negli scavi archeologici si sono conservati assai raramente e solo in particolari condizioni ambientali. In Italia abbiamo comunque la documentazione della coltivazione della pianta del lino nell'insediamento della Marmotta presso il lago di Bracciano, dove sono stati rinvenuti semi di lino domestico.
I recipienti in ceramica erano ottenuti con un impasto di argilla, acqua e sassi triturati o sabbia. Mentre l'uso del tornio si diffuse in Italia solo molto più tardi, nel I millennio a.C., durante il Neolitico i vasi erano modellati a mano con il metodo detto del "colombino", che consisteva nel sovrapporre tanti cordoni di argilla che poi venivano uniti e lisciati, fino ad ottenere la forma del vaso voluta. Una volta asciugati all'aria aperta, i vasi potevano ricevere vari trattamenti di lisciatura per rendere più omogenea la superficie esterna, dopodiché venivano cotti in semplici buche scavate nel terreno, rivestite di pietre, con combustibile di rami secchi.
In Italia, nella fase più antica del Neolitico, al Sud e lungo le aree costiere, si diffuse la "ceramica impressa" caratterizzata dall'uso di decorare i vasi prima della cottura, con impressioni fatte da unghiate e ditate, oppure praticate con i margini dentellati di conchiglie e con altri oggetti appuntiti. In Italia settentrionale si affermò invece la corrente culturale della "ceramica lineare", nella quale si hanno decorazioni a incisioni e a solcature, con semplici motivi come linee, punti o tratteggi, effettuate prima della cottura. Nella fase culturale successiva, in Italia centro-meridionale si diffuse la "ceramica dipinta", la cui decorazione veniva eseguita con coloranti naturali dopo l'essiccazione del vaso e presentava motivi a fascia, a reticolo, a spirale e a fiamma. In Italia settentrionale invece è testimoniata la cultura dei "vasi a bocca quadrata", così chiamata dalla caratteristica forma dell'imboccatura dei recipienti decorati con complessi motivi incisi. Nella fase finale del Neolitico in Italia meridionale è importante ricordare la cultura di Diana (dall'insediamento sull'isola di Lipari in Sicilia), caratterizzata da una ceramica fine, non decorata, con superfici color rosso corallo. Al Nord si diffuse la cultura Chassey-Lagozza (dall'area francese di Chassey e da quella di Lagozza in Lombardia) con vasi in ceramica nerastra, molto fine e lucida, con rare e semplici decorazioni graffite, praticate dopo la cottura del vaso. Motivi graffiti ben più ricchi e complessi caratterizzarono invece la Cultura di Ozieri in Sardegna.
In Toscana le fasi del Neolitico a "ceramica impressa", a "ceramica lineare" e di quella "dipinta" sono documentate solo dai ritrovamenti nell'area costiera delle province di Pisa e Livorno, soprattutto nelle isole dell'arcipelago (Giglio, Elba, Montecristo, Pianosa) e, nelle aree più interne, in Garfagnana, nel Senese e nell'area di Sesto Fiorentino. Il Neolitico finale è documentato soprattutto nell'area nord-occidentale della Toscana, intorno a 5000 anni da oggi e in particolare nelle grotte della zona di Asciano pisano e in Alta Versilia a Grotta all'Onda presso Camaiore.

(testo di Alessandra Berton, Marzia Bonato, Stefania Campetti, Laura Perrini)

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